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Raffaella Calloni, capitano de Il Bisonte Firenze, nella stagione 2016/2017 (foto Rubin – LVF)

Spirito da guerriera, tale da non fermarsi davanti a nessun ostacolo, Raffaella Calloni si racconta, dopo un anno tribolato per via dell’infortunio al ginocchio, il secondo grave infortunio dopo la rottura del tendine di Achille occorsogli nella stagione 2013/2014 quando militava a Conegliano.
Focalizzata sul recupero completo dall’infortunio, in questa intervista svela alcuni particolari del suo passato dalle prime esperienze a Busto, quindi Novara e poi Jesi per approdare poi a Villa Cortese e successivamente a  Conegliano, con una parentesi in terra azera – precisamente a Baku – dunque a Firenze e per finire alla Liu Jo Nordmeccanica Modena, squadra che non si iscriverà alla massima serie per la prossima stagione. Ma non solo passato anche qualche anticipazione sul suo presente e sul probabile percorso futuro.

Eri tornata alla grande dopo l’infortunio al tendine d’Achille subito nel 2013, a Conegliano, ma purtroppo quest’anno ti sei fatta male al ginocchio in allenamento a Modena. Come stai ora e come sta il tuo ginocchio?

Sono stata operata a fine febbraio al crociato anteriore del ginocchio destro. Il recupero procede molto bene, sono passati tre mesi dall’operazione e devo avere un pò più di pazienza rispetto alle altre riabilitazioni che ho dovuto fare in passato. L’età non mi permette infatti di forzare troppo in quanto le cartilagini non ci sono più e devo aspettare di aver recuperato un tono muscolare adeguato. Spero per luglio di cominciare a giocare a beachvolley e poi per l’anno prossimo vedremo…

A tal proposito, sei pronta per una nuova stagione, una nuova sfida?

Onestamente sto ancora vagliando se continuare o smettere di giocare: sono venuta a Modena con l’idea di fare la mia ultima stagione, tuttavia mi dispiacerebbe chiudere con un infortunio, a 35 anni però sento anche il bisogno di fare altro. Insomma, per ora sono in fase di meditazione, devo pensare al recupero completo del ginocchio, poi prenderò una decisione.

Cosa ti ha lasciato questo anno? Nonostante tu sia stata poco in campo, la tua presenza vicino alle tue compagne, alla società, ai tifosi, con il cuore e con la mente, non è mai mancata…

Ogni stagione porta con se qualcosa. Quest’ultima è stata molto difficile, ma mi ha senza dubbio cresciuta: ciò che di buono ho appreso è che non possiamo decidere cosa ci arriva ma decidiamo noi come affrontarlo. A Modena, come in tutte le esperienze della mia carriera, ho trovato delle persone straordinarie, dalle compagne a tutte le persone dell’entourage modenese.

Mi ricordo di te a Villa Cortese (stagione 2010/2011): già dalla prima volta pensai che tu fossi una di quelle giocatrici “Col Cuore”. E in quel contesto vincesti una Coppa Italia e disputasti la Finale Play off scudetto e di Supercoppa Italiana…

Villa Cortese per me è un pezzo di cuore perchè è stata la mia “esperienza di casa”: sono cresciuta a Busto Arsizio e Villa è un paesino vicino, tanto che andavo a trovare i miei in bicicletta. Ricordo con nostalgia Flavio Radice lo sponsor di allora (MC Carnaghi) che purtroppo poi ha perso il volley: una persona straordinaria, è stato davvero un piacere conoscerlo! E ricordo i nostri tifosi, che ci seguivano dappertutto: davvero unici! Ci allenava Marcello Abbondanza e le amicizie all’interno della squadra non sono mancate, soprattutto con la Anza (Sara Anzanello) che già conoscevo – lei ha un ruolo speciale è la mia sorella acquisita -, con Cardu (Paola Cardullo), con Chiara Negrini

Un anno davvero speciale.

Da Villa Cortese a Baku: come ti sei trovata in Azerbaijan?

E’ stata una bellissima esperienza di vita, che mi ha permesso di conoscere una cultura completamente diversa dalla nostra. Un’esperienza che rifarei. Il livello pallavolistico invece era piuttosto basso: con sole 6 squadre in campionato non c’era un calendario fisso. Una circostanza molto strana per noi italiane, abituate a ritmi serrati:in pratica si giocava per le coppe europee che erano più importanti.

Da Baku a Conegliano: da capitano disputasti una gara 3 di Finale Scudetto contro Piacenza nel ruolo di opposto perchè la Nikolova si era fratturata un dito in uno scontro con la Fiorin…

E’ difficile descrivere quella gara: penso che sia stata l’emozione più grande della mia carriera. E’ stato un anno pazzesco, con una squadra fatta per salvarsi; abbiamo perso la finale scudetto a gara 4:non ne avevamo più ma alla fine abbiamo festeggiato come se avessimo vinto la coppa del mondo. Un’annata magica! Abbiamo messo tutte noi stesse negli allenamenti e nelle partite, c’era magia intorno a noi con Marco Gaspari in panchina.

Però poi subii una battuta d’arresto: dopo essere stata premiata come miglior muro della serie A1 nella stagione 2012/2013, l’anno dopo mi infortunai al tendine d’Achille in finale di Supercoppa italiana, che perdemmo sempre contro Piacenza.

Nella stagione 2014/2015 arrivi a San Casciano (Fi) squadra dell’estroso Patron Wanny Di Filippo, dove sei stata premiata come miglior muro della serie A1: parlaci della tua esperienza qui con il grande Marco Bracci allenatore…

Wanny è una di quelle persone di cui la pallavolo ha estremamente bisogno, un’anima bella, un vero signore, di quelli di una volta, che fa di tutto per fare del bene agli altri, Come lui stesso dice: “non importa essere il più ricco del cimitero, voglio lasciare qualcosa”. Anche con Bracci un uomo di altri tempi, mi sono trovata molto bene: una persona diretta e coerente. L’ho apprezzato tantissimo, soprattutto considerando che io sono cresciuta con quella generazione e nei suoi confronti ho sempre avuto una certa riverenza: erano dei fenomeni e ragionano da fenomeni, la loro forma-mentis è molto più avanti rispetto a quella dei giocatori “normali”.

Guardando alle ragazze, mi sono legata maggiormente a Beatrice Parrocchiale, la mia “cucciola”, Giulia Pietrelli, mia vicina di casa per tre anni insieme al suo compagno che fa il mago (una coppia fantastica!), Marta Bechis, Francesca Bonciani.

Di tutte le stagioni che hai vissuto quale ti è rimasta più nel cuore non solo sportivamente parlando, e quali sono gli allenatori e le compagne di gioco che più ti hanno segnata?

Di sicuro l’anno a a Conegliano è stato veramente molto appagante sotto tutti i punti di vista: per la prima volta nella mia carriera ho avuto un ruolo importante ed è stato molto gratificante per me. Ogni anno mi sono portata a casa qualcosa. Anche a Modena, nonostante le aspettative fossero molto diverse. Ringrazio tutti gli allenatori che mi hanno fatto crescere e che hanno creduto in me, ma anche quelli a cui invece non piacevo perché comunque tutto è servito a farmi diventare la giocatrice e la persona che sono; questo vale anche per le compagne. Per fortuna sono molte di più le persone che porto nel cuore rispetto a quelle che mi hanno portato esperienze negative.

Ho avuto la fortuna di giocare con grandi giocatrici come Aguero a Novara (2005/2006 vincendo una Supercoppa e una Top Teams Cup) e Villa (2010/2011 vincendo una Coppa Italia), Sokolova, Togut, Marinova, Bown a Jesi (2008/2009 vincendo una Challenge Cup), e ancora Rinieri (Jesi), He Ci, Leto, Pirv (Novara)

Veramente tante campionesse!

Cosa ne pensi di questo nuovo mondo del volley? Com’è cambiato da quando giocavi a Busto (2002/2005)?

C’è meno qualità nei rapporti umani, meno gente di sport! La cultura sportiva in Italia è una chimera, questo è il problema. Si da poco rilievo alla persona umana: siamo solo dei numeri, dobbiamo rendere per quello che veniamo pagati. Non possiamo stare male e cosa più importante c’è poca progettazione per il futuro, e non si investe nei giovani, che sono le basi per un successo a lungo termine.

Hai vinto la medaglia di bronzo ai Giochi del Mediterraneo nel 2005, con la nazionale: raccontaci questa esperienza.

Un’esperienza bellissima: dalle giovanili alla convocazione in prima squadra a 31 anni dopo l’infortunio al tendine d’Achille. Purtroppo in passato ho avuto delle mancate convocazioni, perché erano state preferite altre giocatrici; mi sarebbe piaciuto avere avuto una chance quando ero più giovane.

Nel tuo futuro c’è un possibile ruolo da allenatrice? Ti piacerebbe?

Allenare non è quello che voglio fare: Per ora sto finendo la mia formazione come mental coach, percorso che ho iniziato nel 2011; mi piacerebbe essere coach, però dall’altra parte della barricata, aiutando  a livello mentale sportivi e non, fornendo risorse che servono a fare la differenza.

Ho iniziato questo percorso per motivi personali: mi sono avvicinata a questo mondo perchè soffrivo di attacchi d’ansia, anche se in campo non mi sono mai venuti, per fortuna. L’aiuto dello psicologo non è servito e nemmeno dei farmaci. Però, a una cena durante la quale ho conosciuto l’amore della mia vita, Michele: proprio lui mi parlò di questo corso che aveva fatto per la crescita personale, dove stai una settimana fuori dal mondo e lavori su te stesso. Da lì c’è stata una svolta nella mia vita che per la mia carriera da professionista è stata importantissima.

Due anni dopo a Villa Cortese ho conosciuto Alessandro Mora e Pasquale Acampora, due mental coach della squadra: mi si è aperto un mondo, perché ho capito quale potenziale avesse la nostra mente ed ho imparato ad usarlo al meglio, anche frequentando i loro corsi presso la scuola Ekis di Reggio Emilia in particolare il percorso Mic per diventare mental coach.

Il tuo modello di giocatrice da seguire? Oltre ovviamente al grande Andrea Giani al maschile…

Sicuramente Manuela Leggeri, è stata la giocatrice nella quale mi sono rispecchiata di più: grande classe e grande carattere!

Chiudiamo la nostra bella chiacchierata con il primo aneddoto che ti viene in mente…

Ne ho talmente tanti che non me ne viene in mente neanche uno!(ride)

A Conegliano (2012-2014), quando siamo passate in finale scudetto, Jenny Barazza, che per me era un esempio da seguire, a fine partita mi disse “azz…sei davvero un capitano!”. E detto da lei, giocatrice di alto livello, è stato per me motivo di grande orgoglio.

Simona Rinieri a Jesi (2006/2010) è stata fantastica: io ero giovane e non connettevo molto bocca e cervello (ride), ma lei, con una pazienza infinita, mi ha aiutata tantissimo! E poco tempo fà ci siamo ritrovate a cena e l’ho presa in giro: “Mamma mia come passa il tempo!?! Eravamo delle bimbe quando ci siamo conosciute”, le ho detto, E lei mi ha risposto: “Sì, e che rompiballe che eri!” (ndr la parola originale non era rompiballe!).

Ridiamo! Ci salutiamo e le dico che voglio rivederla ancora in campo! Il mental coach può aspettare.

Grazie Raffa!

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Cinzia Avogadro

The author Cinzia Avogadro

Ciao, sono Cinzia, ho 41 anni e vivo a Solferino. La mia passione è lo sport ma ho un rapporto speciale con la Pallavolo... Quando ero bambina volevo solo avere tra le mani la mia tanto amata palla che mi portava in un posto magico! Lo Sport...la Pallavolo mi ha salvata e per questo avrò per sempre un rapporto particolare con Lei...My Love, My Heart, My Best Friend. Perché io Amo questo Sport e tutto quello che ci sta intorno, amo le palestre, i palazzetti, gli allenamenti, le trasferte, le partite, le vittorie e le sconfitte (forse quelle un po' meno) Amo i bambini che alleno ai quali spero di trasmettere la stessa passione e la stessa tenacia che con gli anni mi sono costruita. È stata dura smettere di giocare, anche se in realtà nella mia testa io gioco ancora, dopo quasi 30 anni di Volley, ma non lascerò mai questo ambiente perchè per me è il più bello del mondo e fare parte di una squadra e di un gruppo ti fa stare bene, è una cosa fantastica, un senso di appartenenza che insegna tanto...è per questo che spero sempre che tanti bambini facciano Sport...perchè aiuta anche a Vivere! Non smetterò mai di dirlo...Fate fare Sport ai vostri bambini!

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